Il nome

Il nome del villaggio medievale era Canemorto, che la tradizione attribuisce ai soldati di Carlo Magno, i quali avrebbero chiamato “cani morti” i Saraceni annientati in battaglia. Con l’avvento del Regno d’Italia, nel 1863 il Comune viene chiamato Orvinio, nella convinzione, non accertata, che Canemorto fosse sorto nell’area dell’antica città sabino-romana di Orvinium, citata sia da Marco Terenzio Varrone (I sec. a.C.) sia da Dionigi di Alicarnasso (I sec. a.C.).
La Storia
IX sec., truppe di Carlo Magno sconfiggono i Saraceni (817): l’episodio avrebbe dato origine al nome medievale del luogo, Canemorto, dall’epiteto con cui erano chiamati i nemici arabi; per molto tempo il luogo appartiene ai frati benedettini di Santa Maria del Piano.
XV sec., gli Orsini, che hanno il dominio sul territorio, costruiscono e affrescano un palazzo signorile, noto come il “Granarone”.
XVI sec., il piccolo villaggio inizia a svilupparsi grazie allo spopolamento dei due borghi vicini di Valle Buona e Pietra Demone; dagli Orsini il feudo passa alla famiglia ducale dei Muti che vi costruisce la Rocca e una torre di difesa, andata distrutta.
1632, il feudo è ceduto ai Borghese che lo tengono per oltre due secoli e a metà Ottocento ristrutturano il Castello facendogli assumere la veste attuale.
1863, Canemorto cambia nome in Orvinio.
I dipinti del più importante pittore sabino

Il borgo sabino di Orvinio è il più alto del Parco dei Monti Lucretili, in posizione panoramica e felice, a pari distanza dalla vie Salaria e Tiburtina. Aria di montagna o mezza montagna, dunque, in questo paese dove c’è abbondanza di memoria, per aver dato i natali o ospitato personaggi dell’arte e, soprattutto, per le sue chiese, anche quelle ormai sparite, come Santa Maria del Piano, che si ritiene edificata da Carlo Magno dopo la vittoria contro i Saraceni (817), anche se poi riutilizzata in modo incongruo e ridotta a quasi niente; o la vecchia chiesa del 1536, sulla quale è stata innalzata nel 1842 la Parrocchiale di San Nicola di Bari.
La Chiesa di Santa Maria dei Raccomandati, edificata nella seconda metà del XVI secolo in cima alla salita nella parte alta del borgo, ospita le opere di Vincenzo Manenti e del padre Ascanio, entrambi sepolti qui. La Chiesa di San Giacomo è stata eretta nel 1612 per volere del barone Giacomo Muti, su disegno di Gian Lorenzo Bernini. E’ a pianta ottagonale e si fa vanto anch’essa dei dipinti di Vincenzo Manenti nei due altari laterali. Il valente pittore locale ha operato anche nella Chiesa di Santa Maria di Vallebona, che si trova in una vecchia borgata a un paio di km da Orvinio, lungo la strada per Scandriglia. La data di costruzione è il 1643, e anche qui il pittore riveste con il linguaggio dell’arte i temi devozionali cari ai committenti. C’è, in tutte queste chiese, una penombra di sacrestia che svela sentimenti antichi, qualcosa che viene dal silenzio e si mette a parlare: un po’ quello che accade camminando per le vie del borgo nella tranquillità di una giornata oziosa, dove basta un gesto semplice come quello di una ragazza che scosta una tendina, per amare questa vita di paese ormai perduta.
Il centro storico conserva tratti della cinta muraria con torri di difesa e alcune tipologie costruttive residenziali di epoca rinascimentale. Il Castello, sorto a scopo difensivo forse già intorno al Mille, e ingrandito poi dagli Orsini nel Cinquecento, presenta rimaneggiamenti recenti.
Il prodotto del borgo

E’ la patata tipica, ma ottimi sono anche il miele e il farro. Di quest’ultimo è ripresa la coltivazione, abbandonata per lungo tempo.
Il piatto del borgo
Al polentone e ai “cecamariti” sono dedicate le sagre. Nel menu tradizionale sono da considerare inoltre le “sagne all’aglione” o ai funghi porcini, e le specialità alla brace accompagnate dalla “pizza-pane” e dalla cicoria di campo.