Un'antica terra murata di Maremma
Il toponimo deriva dalle piante di sughero (quercus suber) di cui sono ricchi i boschi circostanti, un tempo molto più estesi.
Da Suber(e)tum di epoca romana, si è successivamente passati a Sughereto e poi all'attuale Suvereto.
• 973, è nominato per la prima volta in un documento il castrum di Suvereto, non si sa se sorto su preesistenze romane o etrusche (qui siamo in terra etrusca, Populonia è vicina). Forse nasce come piccolo centro rurale post-longobardo, in seguito ai cambiamenti dell'economia agricola che caratterizzano l'Italia tra IX e XI sec. I conti Aldobrandeschi, signori del castello, realizzano nel XII sec. la torre sulla sommità del colle e i fossati intorno all'abitato.
• 1201, gli homines di Suvereto, dopo essersi costituiti in libero comune, ottengono dal conte palatino ulteriori concessioni economiche e politiche. Ancora oggi il borgo ricorda con feste la Charta Libertatis di quell'anno, manifesto politico della sua autonomia.
• XIII-XIV sec., lo sviluppo urbanistico prosegue con la costruzione delle mura, del palazzo comunale e di altri notevoli edifici di valore architettonico: è in questo periodo che il borgo assume la fisionomia ancora oggi riconoscibile. Dal punto di vista politico, pur restando feudo dei conti Aldobrandeschi, con l'adesione alla Lega Ghibellina (1237) entra sempre più nell'orbita d'influenza della Repubblica di Pisa.
• 1399, il comune entra a far parte della Signoria di Piombino. Il suo territorio, al confine tra le forze senesi e fiorentine sempre in lotta tra loro, si trova ad essere oggetto di passaggi militari, assedi, saccheggi. Nel XV sec. un cronista cita "la terra di Sughereto sprovvista d'armi e di genti": si riferisce all'assedio di Baldaccio d'Anghiari e al deserto lasciato dalle continue guerre.
• XVI-XVIII sec., un forte declino demografico e il degrado ambientale dell'intera Maremma portano al collasso la comunità rurale. Il punto di massima crisi è raggiunto verso la fine del Seicento, con la diserzione quasi totale degli abitanti. è in questo periodo che lo stato di abbandono, i miasmi delle ristagnanti acque, la malaria fanno della Maremma una terra "amara", una "terra senza uomini".
Per porvi rimedio, viene costruito sulla salubre collina a nord di Suvereto il castello di Belvedere con un nucleo abitato a partire dal 1573.
• 1796-99, Suvereto partecipa alla "rivolta delle coccarde", un moto contro il dispotismo del principe di Piombino che s'inserisce nel clima antifeudale scatenato dalla Rivoluzione Francese.
• 1815, entrando a far parte del Granducato dei Lorena, Suvereto diventa un paese della Toscana. Iniziano i lavori di bonifica e riprendono le attività agricole.
I viaggiatori ottocenteschi vedono un territorio che "annunziava fertilità", coltivato a viti, olivi e cereali.
L'età dell'oro per questa piccola comunità della Maremma è stato il Duecento. Guerre e guerricciole, ma soprattutto i miasmi dell'aria con l'elevata mortalità hanno quasi cancellato il borgo per due secoli, il XVII e il XVIII, nel corso dei quali non si sono registrati praticamente interventi urbanistici.
Tutto è rimasto immutato e congelato per circa duecento anni. E dunque, di questa lunga e terribile decadenza non c'è quasi traccia in Suvereto, nel cui tessuto urbano continua a spiccare l'eredità medievale e dell'inizio dell'età moderna.
Il Palazzo Comunale risale ai primi anni del Duecento, anche se la struttura attuale è la reinterpretazione nei secoli dei moduli originari. è sormontato da un'antica torre detta della campana (e oggi dell'orologio) perché chiamava a raccolta gli Anziani per l'assemblea.
Nel loggiato aperto sopra la scala d'ingresso, detto loggia dei giudici, si emettevano le sentenze e si pubblicavano le decisioni per la comunità.
La Rocca Aldobrandesca, situata nel punto più alto del paese, a tramontana, è documentata fin dal 973. Attualmente è costituita di tre parti: i ruderi dell'antica torre (costruita intorno al 1164), quattro piani con solai intermedi e i resti di una cinta muraria.
Nel corso dei secoli ha subito varie trasformazioni: alla fine del Seicento, non servendo più come struttura difensiva, era già in stato di abbandono: "una macìa di sassi e incapace di essere custodita", scrisse un consigliere nel 1754: un po' come l'intero borgo, nelle cui vie pascolavano i maiali.
Il convento di S. Francesco fu costruito nel 1286 ed ebbe un ruolo importante nella vita della comunità fino alla sua soppressione nel 1808 per volere napoleonico, quando fu progressivamente riconvertito in uso civile.
Oggi resta lo splendido chiostro formato da un loggiato scandito da archi a tutto sesto. La chiesa del Crocifisso, addossata al chiostro di S. Francesco, fu edificata nel Cinquecento per onorare e conservare il simulacro del santo patrono, il Crocifisso appunto, che ancora oggi vi è custodito: opera in legno intagliato attribuita a Domenico dei Cori e datata 1420.
Antichissima è la pieve di S. Giusto, documentata già nel 923 ma risalente, nell'impianto che oggi vediamo, al 1189, come risulta dalla "firma" degli autori, Barone Amico e Bono di Calci, in un'iscrizione sul transetto di sinistra. Bello il portale romanico sormontato da una lunetta e da un architrave ornato a motivi floreali.
Infine, la chiesa della Madonna di sopra la Porta è stata eretta intorno al 1480 e ampliata nel 1772 a memoria di un fatto miracoloso avvenuto nel 1767, quando durante una violenta alluvione l'immagine della Madonna provocò l'inspiegabile apertura della porta "di sotto" del paese permettendo il deflusso delle acque.
Ma ad affascinare è un po' tutto il borgo dentro le mura, con le case e le botteghe medievali del colore della pietra locale, che va in parallelo con quello dei coppi in una sinfonia di rossi e grigi.
In questa vecchia atmosfera rurale, la mente è portata a scavare all'indietro, a leggere, come in antiche pergamene, quel che affiora dai cotti, dalle vecchie pietre scalpellinate, dagli intonaci cadenti, dalle cataste di legna ammucchiate.
Camminando tra gli ulivi, nelle calde giornate estive, si ha quasi la sensazione di essere spiati da guardiani centenari, testimoni di un territorio.
L'ulivo evoca il paesaggio vivo e umanizzato della campagna toscana e di Suvereto in particolare.
Il cinghiale e le sue pregiatissime carni sono al centro della Sagra di Suvereto.
Ma basta oltrepassare la porta merlata per trovare il primo bancone con la famosa salsiccia di cinghiale, il prosciutto "col pelo" e altre specialità.