Lo stemma del Borgo

Acerenza

la città cattedrale

Il nome

Gli Osci, che furono tra le prime tribù lucane, occuparono le parti più elevate della Basilicata, tra cui il luogo al quale diedero il nome di “Akere”, in seguito “Acherutia”.

Il poeta latino Orazio la menziona come “Acherontia”, riportando il nome alla sua vera origine e al suo vero significato di “luogo alto”

 

La Storia

• 318 a.C., Acerenza è conquistata da Roma, che la conquistò nel 318 a.C., vi edifica un tempio dedicato ad Ercole Acheruntino.

• 799, il vescovo Leone II vi costruisce una chiesa degna di ospitare le spoglie del Santo Martire Canio (morto nel 395).

• 1061, Roberto il Guiscardo riconquista ai Normanni la rocca: due anni prima, durante il Concilio di Melfi, cancellata la scomunica, aveva giurato fedeltà alla Chiesa di Roma. Le trame dell’accordo erano state tessute da Godano, monaco di Cluny, vescovo di Acerenza. Il Guiscardo gli è molto grato e ordina la costruzione di una chiesa più bella e più grande. I lavori iniziano presto, ma la cattedrale porta un’altra firma. Farla bellissima, così com’è oggi, sovrana sulle valli, simbolo di forza, era il sogno di Arnaldo, l’abate di Cluny, nominato arcivescovo nel 1067. Arnaldo chiama architetti francesi e maestranze locali, vuole lo stile dell’abbazia che aveva lasciato, ma con il tocco degli artisti lucani. Realizza il suo desiderio nel 1080, consacrando quella chiesa bellissima a Santa Maria Assunta e a San Canio.

• XIII-XV sec., infeudata a diverse dinastie baronali, Acerenza, che era stata degli Svevi e degli Angioini, ritorna sotto gli Aragonesi città demaniale, sottratta alle lotte dei baroni per volere di re Ferdinando. Distrutta dal terremoto del 1456, viene subito ricostruita e nel 1479 passa sotto la nobile famiglia dei Ferrillo, e dunque di nuovo sotto l’influenza di famiglie private che per i loro egoistici interessi la portano alla decadenza.

 

Un nido d’aquila in pietra arenaria che veglia le campagne di un sud lontano

Situata su una rupe di tufo a oltre 800 metri sul livello del mare, racchiusa tra il fiume Bradano, che qui disegna un’ampia vallata, e il torrente Fiumarella, è davvero il caelsae nidum Acherontiae, il “nido d’aquila dell’alta Acerenza” descritto dal poeta latino Orazio nato nella vicina Venosa.

La cittadina ricalca, dal punto di vista urbanistico, la tipologia delle cittadelle murate medioevali.

Per chi proviene dalle Puglie, Acerenza mostra il versante nord-est in tutta la sua imponente compattezza, mettendo in luce il complesso absidale della Cattedrale, armonizzato con il tessuto urbano e con l’omogeneità dei materiali di costruzione (arenaria locale), del colore delle facciate e dei tetti. L’imponente Cattedrale dell’ XI sec. di stile romanico-cluniacense, consacrata all’Assunta e a San Canio, svetta su tutto il panorama del borgo.

Puro stile romanico nel meraviglioso portale dove umani e animali stanno mostruosamente avvinghiati. In età barocca la Cattedrale cambiò aspetto: fu rivestita di stucchi, che ne stravolsero spirito ed atmosfera, e tornò com’era dopo i restauri degli anni Cinquanta. Per conoscerla bisogna passeggiarle intorno, scrutando le mura di pietra antica, i volumi di absidi e torrette, andando alla ricerca dei mille, piccoli segreti prima di entrare, magari al tramonto, quando i raggi del sole attraversano il rosone e un fascio di luce intensa colpisce l’altare maggiore. E davvero, girandole attorno fra gli stretti vicoli e le terrazze che aprono scorci sul panorama di dolci colline, la Cattedrale svela i suoi primi tesori: incastonati nella trama di pietre millenarie, ecco, isolati qua e là, i marmi di età romana, le figure scolpite di lapidi funerarie consunte dal tempo, le colonnine di fattura greca.

Ogni dettaglio è prezioso: le antiche acquasantiere, le testine di scimmia alla base delle colonne, gli affreschi (suggestiva l’immagine di Santa Margherita e il drago), i bassorilievi (il Satiro che suona lo zufolo).

Lo stemma dei Ferrillo, ripetuto cento volte su affreschi e formelle, è anche sul grande sarcofago dietro l’altare: il “Cassone di San Canio”. Agli inizi del ’500, Giacomo Alfonso Ferrillo, il “conte archeologo”, e la sua bella moglie slava, la principessa Maria Balsa, chiamarono a palazzo il maestro Pietro di Muro Lucano e gli commissionarono la realizzazione di una piccola cripta, sotto il presbiterio, mentre Giovanni Todisco, fu incaricato di affrescarla. Il risultato è un piccolo scrigno di tesori, capolavoro di un’arte rinascimentale fiorita quaggiù, nelle campagne di un sud lontano, interpretata da artisti locali di rara sensibilità.

Uscendo dalla Cattedrale, dopo aver ammirato il palazzo cinquecentesco dell’ex-Pretura, che si distingue per la bella romanella mediterranea, ci si può incamminare per i vicoletti del centro storico e soffermarsi sugli splendidi palazzi gentilizi settecenteschi con i loro portalini in pietra, ornati di sculture semplici o da stemmi di antiche famiglie acheruntine.

Su Largo Gianturco si affaccia il palazzo della Curia vecchia che occupa una parte dei locali dell’antico castello, di impianto longobardo-normanno-svevo, parzialmente ricostruito negli anni Cinquanta.

All’altezza di porta San Canio si può ammirare il settecentesco palazzo Gala, con un cornicione a romanella e portali, in pietra lavorata. Di fronte è la chiesetta gentilizia di San Vincenzo, databile al XVIII sec., con volta a crociera decorata a stucco.

 

Il prodotto del borgo

Ad Acerenza non si può fare a meno di gustare un bicchiere di Aglianico. Vino rosso importante da medio e lungo invecchiamento, di colore rosso rubino tendente al granato e dal profumo delicato di frutti di bosco, con note di vaniglia e legno, se raffinato in barrique, oppure di cuoio e catrame se molto invecchiato. Il sapore è asciutto e armonico e tende al vellutato con l’invecchiamento.

Ma il territorio regala anche la tipica salsiccia e soppressata acheruntina (la spezzettatura della carne avviene ancora a “punta di coltello”), il pane di semola rimacinata di grano duro e un ottimo olio extravergine d’oliva.

 

Il piatto del borgo

Tra i primi piatti della cucina tradizionale spiccano i maccaroun a desct (pasta fatta a mano e condita con sugo di carne o abbinata a legumi) e i z’zridd (pasta di piccolo formato con fagioli o lenticchie) mentre la lagana chiappout è un dolce preparato con lagane (pasta lavorata a mano utilizzando farina di grano duro), speziato con cannella, noci, mandorle e insaporito alla fine con vino cotto.