Lo stemma del Borgo

Castelli

fiore d’argilla

Il nome

Un pugno di case arroccate sullo strapiombo inaccessibile che lo circonda da tre lati, facilmente difendibile nella parte residua che lo lega alla montagna: un castello, appunto, dove per ragioni di sicurezza si concentrarono in epoca carolingia gli sparsi abitanti dei dintorni, da allora divenuti ‘castellani’.

La Storia

  • 1200-800 a.C., l’intera area sud-est dell’Abruzzo teramano è probabilmente abitata da siculi (motivo per cui è tuttora chiamata Valle Siciliana) diretti dall’Europa del nord-est verso l’Italia meridionale, poi rimpiazzati da popolazioni umbre.
  • IX-X sec., Castelli sorge in età carolingia con il fenomeno dell’incastellamento: nel borgo si raccolgono le popolazioni degli abitati vicini, che vi trovano migliore difesa e abbondanti risorse: estese vene di argilla, immensi boschi di faggio, acque limpide. Il villaggio cresce e diventa feudo dei Conti di Pagliara. Intorno al Mille si insediano i monaci benedettini nella Badia di San Salvatore, costruita alle falde del bosco che sovrasta Castelli.
  • 1117, Papa Pasquale II, in fuga dall’Imperatore Arrigo V, trova ospitalità presso la Badia di San Salvatore.
  • 1340, il borgo è feudo degli Orsini.
  • 1526, per volere di Carlo V passa sotto il marchesato dei Mendoza y Alarçon, Grandi di Spagna, che rimangono feudatari della Valle Siciliana fino alla caduta del feudalesimo.
  • 1540, nasce, in Castelli,  Silvio Antoniano, che diventerà cardinale e precettore di San Carlo Borromeo.
  • 1716, scoppia una rivolta contro il marchese Ferdinando Paolo Mendoza che si era appropriato di una tassa imposta dall’Università di Castelli sulla produzione di maioliche.
  • 1834, una frana fa crollare la Chiesa di San Pietro e molte delle case vicine, allineate sul ciglio del precipizio sul torrente Leomogna.
  • 1915, il terremoto di Avezzano lesiona le case rimaste in piedi sul precipizio, che vengono abbattute. A protezione, da future frane, viene eretto nel 1926 il muraglione che costituisce oggi il Belvedere.

La Cappella Sistina della maiolica italiana

Tra montagne innevate e vasti boschi, abbarbicato alla roccia, sorge Castelli, base di partenza per le ascensioni al Gran Sasso e noto per la produzione di maioliche dipinte, iniziata forse con i monaci benedettini (una teoria non confermata dà il merito addirittura agli Etruschi).

L’abitato più antico di Castelli converge, con le sue vecchie stradine, verso la piazza centrale, su cui si affacciano il Comune e la Parrocchiale di San Giovanni Battista con la sua monumentale scalinata in pietra bianca e le due imponenti colonne laterali.

Edificata alla fine del Cinquecento, la chiesa conserva al suo interno la Cappella della Santa Croce, realizzata nel 1601 dai figli di Orazio Pompei su sua disposizione testamentaria. Sull’altare di San Michele è collocata una cornice formata da 29 piastrelle maiolicate del 1617 con Santi e Profeti, attribuita alla famiglia Cappelletti. Sull’altare di Santa Maria Maddalena, una bella pala d’altare raffigurante la Traslazione della Santa Casa, è incorniciata da formelle in maiolica di Francesco Grue (1647). Da vedere anche le due formelle ex voto di Silvio De Martinis ai lati dell’altare di Sant’Eusanio e, soprattutto, il gruppo ligneo della Sant’Anna risalente al XII secolo e i resti del pluteo romanico provenienti dall’antichissima Badia di San Salvatore,  crollata nell’Ottocento e ora soggetta a scavi archeologici.
Dal Belvedere della piazza principale, lo splendido profilo del Gran Sasso appare alla vista come la testa appoggiata di un gigante dormiente.

Dalla stessa piazza si dipartono quattro strade verso il quartiere della Portella, nel Cinquecento di proprietà della famiglia Pompei, dove si trova la Casa di Orazio Pompei e dei suoi discendenti, segnata dalla scritta sull’architrave di una finestra Haec est domus Oratii figuli 1562, “questa è la casa di Orazio vasaio”. Sono conservate anche le case delle altre famiglie di ceramisti, i Grue, gli Olivieri, i Pompei-Mattucci, i Natanni, i Fuschi, i Cornacchia e, fuori del centro storico, quella dei Rosa.

Su un’altura poco distante dal centro abitato sorge la Chiesa di San Donato, edificata agli inizi del Seicento ampliando una preesistente “cona” (piccola chiesa di campagna).

Fu Carlo Levi nel 1963 a definirla “la Cappella Sistina della maiolica” per il meraviglioso soffitto maiolicato, unico in Italia, realizzato tra il 1615 e il 1617 con la corale partecipazione di tutti i ceramisti castellani, i quali, animati da un grande devozione, dipinsero in totale libertà espressiva:
i mattoni rappresentano santi, rosoni, simboli araldici, animali, decorazioni geometriche, ritratti e invocazioni alla Madonna.
Degna di nota, inoltre, è la Chiesa di San Rocco, detta anche della Cona, ricostruita nel 1948 dopo l’abbattimento della struttura antica per aprire la strada di collegamento verso la montagna. Conserva un bel portale in pietra e un affresco di Andrea De Litio (secolo XV) raffigurante la Madonna che, secondo la tradizione, fu vista lacrimare.

Non si può lasciare Castelli senza aver visitato il Museo delle Ceramiche, ospitato nel convento francescano dei Frati Minori Osservanti, ampliato alla fine del Seicento quando fu costruita la nuova chiesa dedicata a Santa Maria di Costantinopoli (1693) e fu affrescato il chiostro con uno splendido ciclo di autore ignoto, rappresentante scene della Vita della Madonna (1712).

Il prodotto del borgo

Volendo indicare un altro prodotto, oltre alle ceramiche, si pensa subito alla carne, ottima grazie alla lavorazione artigianale: da provare, in particolare, la porchetta e il tacchino “alla canzanese”.

Il piatto del borgo

Tra i piatti della ricca cucina castellana vanno ricordati i maltagliati con le voliche (una verdura che cresce oltre i 2000 m), le fregnacce, la virtù (il minestrone con gli avanzi della dispensa), le mazzarelle (involtini di lattuga e interiora di agnello).

 dolci tradizionali sono li cellitte de Sant’Andonie (biscotti con marmellata e mandorle tritate) per la festa di Sant’Antonio Abate e, a Natale, li caggiunitte (ravioli fritti ripieni di un impasto di farina di castagne o di ceci, con mandorle tostate e cioccolato).