il trionfo della pietra
Noa, vocabolo di origine sicana, significa “maggese” a indicare la cospicua produzione di frumento che caratterizzò la colonizzazione greca.
Con i Romani cambiò in Novalia (campo di grano) e per gli Arabi fu Nouah (giardino, orto, fiore).
Nel medioevo fu Nucaria, Noara, fino alla Novara di oggi.
Se non fosse per le automobili che testardamente cercano di occupare gli spazi davanti agli antichi edifici, e per il degrado di alcune zone non ancora risanate, il borgo sarebbe una meraviglia. Sorge sulla pendice della montagna da cui si scorge l’antica Tindari, in un incantevole scenario naturale a valle di un imponente sperone di roccia, la Rocca Salvatesta, che raggiunge i 1340 m. Le piccole case affastellate, la trama di vicoli e viuzze talvolta sormontati da archi, i decori delle facciate, l’eleganza dei palazzi, la sontuosità delle chiese danno fascino a un assetto urbanistico d’impronta medievale.
Le strade, per lo più pavimentate in acciottolato stretto tra due file longitudinali di pietra arenaria locale, contribuiscono a valorizzare l’architettura del centro storico. L’arenaria è stata utilizzata nelle costruzioni civili e con elaborazioni di grande pregio in quelle religiose, dove sono presenti anche molti elementi architettonici realizzati in cipollino, un’altra pietra locale, rossa e marmorea. L’uso della pietra, che sul territorio affiora un po’ ovunque, testimonia l’importanza dell’arte dello scalpellino che si tramandava di padre in figlio, fino al deplorevole arrivo del cemento (ma oggi il nobile mestiere viene ripreso con buoni risultati).
L’antico Castello Saraceno, di cui oggi restano i ruderi, era situato su una rupe a strapiombo che conserva immutata la propria bellezza, anche se la sommità del poggio non è stata protetta da sconsiderati interventi edilizi. Dalla cima si gode l’ampiezza della vallata che scende verso il mare: spingendo lo sguardo sino all’orizzonte si vedono le isole Eolie.
La via Dante Alighieri collega l’area del Castello al sottostante Duomo (secolo XVI), raggiungibile anche percorrendo la via lastricata che inizia dalla piazza principale. La chiesa presenta una bella facciata monumentale con un’ampia scalinata; l’interno è a tre navate delineate da colonne monolitiche in pietra. L’abside ospita un coro ligneo settecentesco; di grande pregio sono l’altare del Sacramento in marmo intarsiato a smalto, il battistero in marmo cipollino locale sormontato da una cupoletta in legno, la statua dell’Assunta e il grande crocifisso in legno.
Più raccolta e graziosa è la Chiesa di San Francesco del secolo XIII, la più antica e piccola del borgo: francescana, appunto, con un tetto-soffitto di arte povera. Nel quartiere intorno alla chiesa sorge per contrasto Villa Salvo, superba e elegante, con lo stemma del casato. Poco distante si trova la Chiesa dell’Annunziata (secolo XVII) a tre navate con colonne in pietra a sezione quadrata e diversi capolavori, tra cui un organo a canne del ‘700 e il gruppo gaginesco dell’Annunciazione: tre statue in marmo pario decorato, scolpite nel 1531 da Giovambattista Mazzola.
Nella parte alta del paese sorge la Chiesa di Sant’Ugo Abate (secolo XVII), in corso di restauro. Costruita con il monastero cistercense, successivamente distrutto, conserva un imponente reliquario ligneo, la giara di Sant’Ugo (in realtà un vaso arabo di bella fattura), un crocifisso ligneo e un dipinto su tavola dello Stetera, L’Annunciazione (1570).
Al centro del paese è situata la Chiesa di San Nicolò (secolo XVII) recentemente restaurata, con il suo artistico prospetto in cima a una grande gradinata in pietra. Nella parte bassa del borgo si trovano invece le Chiese monumentali di San Giorgio Martire e di Sant’Antonio Abate, entrambe a tre navate. La prima, secentesca, oggi adibita ad auditorium, presenta sulla facciata principale un gioco di rimandi con il colonnato interno su cui poggiano i tetti; interessante il soffitto centrale a cassettoni. Ancora più suggestiva la cinquecentesca Chiesa di Sant’Antonio, che conserva il portale in stile normanno e la torre campanaria a guglia, sontuosa e finemente decorata, oltre a custodire statue lignee e dipinti su tela.
Tra i tanti edifici civili di rilievo meritano attenzione il Palazzo Municipale (ex Oratorio di San Filippo Neri), il Palazzo Stancanelli che si affaccia sulla piazza principale, vero salotto del borgo, e il Palazzo Salvo Risicato sulla via Duomo, recentemente recuperato dal Comune.
A valle del Duomo si conserva Casa Fontana, edificio del ‘700 avvolto da una cortina muraria secentesca che ingloba caratteristiche bucature impreziosite da elementi scolpiti nella pietra arenaria. Il Teatro Comunale, intitolato al musicista novarese Riccardo Casalaina, presenta dopo il restauro una superba facciata decorata con scorniciati di pietra e, all’interno, tre livelli di palchi sistemati ad anfiteatro.
A 5 km da Novara resiste l’Abbazia di Santa Maria La Noara fondata nel secolo XII da Sant’Ugo Abate sotto re Ruggero, prima edificazione cistercense in Sicilia. In essa sono presenti molti segni dell’architettura specifica dell’ordine dei monaci cistercensi, improntata alla sobrietà. All’interno sono visibili grandi archi scarni e, accanto all’altare, una porta in pietra, alta, segno della presenza di un antico torrione arabo
Novara è nota per il maiorchino, un particolare formaggio pecorino stagionato da più di otto mesi, le cui forme hanno 10-12 cm di spessore, 35 cm di diametro e un peso di 10-12 kg.
Altre specialità sono la ricotta infornata, le provole, le nocciole e squisiti dolci a prova di dieta: u risu niru (riso mescolato a nocciole tostate con aggiunta di cacao, caffè, buccia d’arancia candita e cannella), i cassatelli (frolle con impasto di fichi secchi, miele, cannella, nocciole), i raviiò (ravioli fritti di pasta umettata con vino, ripieni di ricotta fresca profumata di cannella), a pignurada (un impastato di frolla tagliata a dadini e fritta) e i “diti d’apostolo” (iiditi d’aposturu), uno speciale cannolo di ricotta con l’involucro di pasta ricoperto di glassa.
Il piatto tradizionale del festino di mezz’agosto è la pasta ‘ncasciada condita con ragù di vitello e castrato, polpette sbriciolate, melanzane, uova e pan grattato.
Un altro piatto tipico, dal bel nome di lempi e trori (lampi e tuoni), è preparato con fagioli, cicerchia, granoturco, lenticchie e grano bolliti e conditi.
Per robusti appetiti di montagna ci sono i frittui, carne di maiale mista a lardo, lessa insieme a cotiche, trippa, polmone, cuore, fegato dello stesso maiale.